Facciamo di Israele un luogo di pace
Facciamo di Israele un luogo di pace
Tempo fa, diecimila israeliani hanno protestato per il fallito attacco israeliano al Marmara Mavi e per l’assedio di Gaza. Quello che colpisce in particolare è una manifestazione di questo genere in Israele, dove saremmo tenuti a pensare che ci sia una solidarietà totale ai sistemi di difesa dell’esercito israeliano. Al termine della manifestazione, lo scrittore e giornalista israeliano, Nir Baram, ha denunciato l’ottusità della leadership israeliana e l’isolamento del popolo israeliano per quanto riguarda le sofferenze che infligge ai palestinesi.
La conclusione del suo discorso è stato particolarmente toccante come ha presentato una gloriosa visione di ciò che lo Stato di Israele potrebbe diventare un giorno:
“Negli ultimi otto anni c’è stata una proposta di vera pace della Lega araba, una proposta senza precedenti per una pace duratura tra Israele e l’intero mondo arabo, che finalmente consentirebbe a Israele di integrarsi nella regione. Invece di fare questa iniziativa una priorità nell’agenda pubblica, si è optato per rincorrere le navi in alto mare… Ci siamo chiusi dietro le mura a raccontare a noi stessi che non abbiamo altra scelta. Abbiamo messo un milione e mezzo di persone sotto assedio a Gaza, convincendo noi stessi che non vogliono niente, e se c’è un po’ di mancanza di acqua devono bere dal mare. Noi intensifichiamo e rafforziamo l’occupazione sostenendo che non esiste un partner. Non teniamo conto di nessuna proposta di pace avanzata sia dalla Lega araba, sia dalla Siria o da Abu Mazen, e intanto insegniamo ai nostri figli la nostra speranza per la pace.
Siamo qui per raccontare a un governo di Gerusalemme di incompetenti razzisti senza valori che siamo legati a questo luogo con tutto il cuore, e preparati a fare tutto ciò che serve per trasformare Israele in uno paese libero e senza paura di una vera democrazia, una casa per tutti noi”.

Riprende il negoziato di pace tra israeliani e palestinesi per raggiungere un accordo di pace. Il progetto americano è molto ambizioso e intende concludere un’intesa entro un anno. A dirlo è proprio la responsabile degli Affari esteri americani, Hillary Clinton, dopo che una fonte diplomatica statunitense aveva spifferato al New York Times l’invito di Washington a colloqui diretti il prossimo 2 settembre, avanzato da Obama ai vertici del governo di Tel Aviv e all’Autorità nazionale palestinese. I negoziati dovrebbero avere luogo senza precondizioni, ha detto Clinton, il cui annuncio è stato trasmesso in diretta dalla Bbc. Il presidente Obama ha invitato alle discussioni anche il presidente egiziano Hosni Mubarak e il re di Giordania Abdallah II, vista l’importanza del loro ruolo nel processo di pace, ha aggiunto Clinton. Ci sarà anche l’inviato speciale del Quartetto (Usa, Russia, Onu e Ue), Tony Blair.
I due “antagonisti”, Israele e Anp, avrebbero accolto favorevolmente l’incontro da parte di Usa, Ue, Russia e Onu. Dopo 20 mesi di stallo, ripartono dunque le speranze. Decisiva la mossa di Obama, almeno negli intenti. Già in precedenza il portavoce del dipartimento di Stato, P.J Crowley, aveva però fatto intendere che qualcosa si stava muovendo nell’aria: “Pensiamo di essere molto, molto vicini alla decisione delle due parti in conflitto di tenere colloqui diretti. Come mai prima crediamo che siamo ben posizionati per raggiungere questo obiettivo”. E’ sempre lo stesso Crowley a riferire che Hillary Clinton avrebbe chiamato il Premier palestinese, Salam Fayyad, e il Ministro degli Esteri giordano, Nasser Judeh, oltre all’ex primo ministro inglese Tony Blair.
Israele accetta, l’Anp nicchia – Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha accolto con favore l’invito degli Usa per la ripresa dei negoziati diretti con i palestinesi. Lo ha riferito un suo portavoce. Netanyahu aveva detto più volte di essere pronto a sedersi a u tavolo con il presidente dell’Anp, Abu Mazen, per far ripartire il processo di pace. Più cauta la reazione palestinese. Il negoziatore dell’Anp, Saeb Erekat, ha salutato con favore la dichiarazione del Quartetto che a suo giudizio “contiene gli elementi necessari per arrivare a un accordo di pace”, ma non si è voluto pronunciare sull’invito a Washington.


