Esce in Italia l’ultimo romanzo di Michal Viewegh, il più famoso scrittore ceco vivente.

25 12 2011 admin Nessun commento

Esce in Italia l’ultimo romanzo di Michal Viewegh, il più famoso scrittore ceco vivente.

di Sergio Di Cori Modigliani

bio moglie  
Chissà che cosa pensano del mondo i cechi e l’Europa orientale, e se intendono il mondo e le relazioni tra uomo e donna come noi. Il modo migliore per saperlo, va da sè, consiste nell’andare a leggere i loro scrittori.
Approfittando del Natale, e soprattutto della necessità, oggi più forte che mai, di doversi fare quattro risate con intelligenza, facendo appello ad un sarcasmo ilare ma che ci fa anche pensare, consiglio a tutti di andarsi a leggere un romanzo di Michael Viewegh “La bio-moglie” appena uscito in Italia e pubblicato dalla casa editrice Atmosphere.
Piccolo editore indipendente di Roma, Atmosphere ha una caratteristica “normale”, che in questo paese anormale diventa, invece, un evento più unico che raro: l’editore, infatti, è un imprenditore, è contrario all’editoria a pagamento e paga gli scrittori, attraverso regolari contratti.
Il livello italiano è talmente basso da costringerci a dover dare notizie come queste.
Consapevole del tragico ingarbugliamento italiano, Atmosphere ha fatto una scelta che penalizza gli autori nazionali del nostro paese ma che io
comprendo pienamente: pubblica soltanto autori stranieri, con un penchant soprattutto per autori dell’Europa dell’est, giovani russi
emergenti, ungheresi, e per l’appunto cechi.
Con questo libro, Atmosphere presenta in Italia Michal Viewegh, considerato l’erede di Milan Kundera e attualmente il più famoso scrittore del mondo
in lingua ceka. Famosissimo in patria, i suoi libri sono stati tradotti in decine di lingue e dai suoi romanzi ne hanno ricavato diversi film. Anche su
questo è già piombata Hollywood che presto sfornerà una commedia.
L’autore è considerato uno scrittore di cose comiche, ma definirlo tale sarebbe sottovalutarlo. Ciò che scrive fa ridere, non c’è dubbio, la sua
comicità è contagiosa. Ma è una scelta stilistica. Ci invita a riflettere sull’assoluta follia (non  a caso direi kafkiana) del mondo d’oggi,
cogliendone gli aspetti esilaranti.
Il tema principale dei suoi libri sono la relazionalità uomo-donna e le difficoltà nella comprensione reciproca.
L’autore era presente a Roma, nel corso della fiera della piccola editoria, dove l’ho incontrato e mi ha rilasciato questa intervista sul suo libro.
Ve lo consiglio, magari, perchè no, come regalo all’ultimo momento (se siete maschi non lo consiglio come omaggio a mogli, fidanzate, amanti).
Regalate libri, a Natale, se potete; e ancora di più, se potete, libri dell’editoria piccola e indipendente.
Il massimo, poi (nel caso siate informati al riguardo) pubblicati da editori “normali” che pagano i diritti all’autore perchè rischiano, invece che farsi
pagare dagli autori sfruttandoli.

Buona lettura, e buon Natale.
1). Esiste ancora l’unicità della “Praga magica” oppure viviamo ormai in una società omologata?
Praga resta una città di bellezza eccezionale e unica soprattutto 
grazie alla sua storia ricchissima. 
La vita nella Praga di oggi però non 
si differenzia troppo da quella delle principali metropoli 
dell’Europa occidentale – 
abbiamo solo meno piste ciclabili, meno ristoranti 
di qualità, più casermoni molto brutti e 
un municipio molto più corrotto.
2). Lei è il più importante scrittore ceco di oggi, 
conosciuto in tutta la 
Boemia, che rapporto ha con l’occidente?
La prima parola che mi viene in mente è 
“adeguato” o “equilibrato”. 
In poche parole normale. 
Quasi trent’anni della mia vita li ho trascorsi 
in un rapporto con l’Occidente anormale, deformato: 
fino al 1989 i comunisti non mi hanno permesso nemmeno 
una volta di andare in 
Europa occidentale, quindi mi sono dovuto 
limitare a sognarla 
e, di conseguenza, 
l’ho ovviamente idealizzata. Era un rapporto poco sano, 
incompiuto.
3). Se lei dovesse scegliere due o tre solide 
colonne del pensiero 
occidentale cui essere grati, quali sceglierebbe?
Se devo metterle a confronto con l’Oriente che conosco, 
direi soprattutto un maggior 
rispetto per la vita umana, un maggior rispetto 
nei confronti delle donne, una maggiore 
tolleranza per le opinioni diverse, 
una maggiore libertà individuale.
4). Se noi euro occidentali dovessimo 
scegliere due o tre solide 
colonne del pensiero europeo 
orientale, per quali motivi dovremmo 
esservi grati?
A questo proposito la deluderò. 
Sono uno scrittore semplice e 
non Umberto Eco, racconto storie 
poco complesse, quotidiane, non sono un 
filosofo. Per me le colonne del pensiero orientale sono 
Čechov, Tolstoj, le Maldive, 
l’anatra alla pechinese e il riso al gelsomino. :-)
5). La bio-moglie è un testo esilarante che rivela, 
nella sua dimensione sottostante, 
l’immane difficoltà per il maschio, oggi, nel poter 
comunicare con la femmina in maniera armonica, 
perché è andata a finire così male?
Per secoli interi le donne sono state discriminate e oppresse, 
quindi il processo di emancipazione 
femminile che osserviamo ai nostri giorni 
è naturale e comprensibile. 
Secondo me il problema 
consiste nel fatto che alcuni corsi per l’autorealizzazione 
e alcuni movimenti femminili 
militanti differenziano a tal punto la donna dall’uomo da 
metterli alla fine l’una contro 
l’altro. E spesso anche andando contro le caratteristiche 
naturali delle donne e degli uomini. 
Ovviamente non condivido le classiche opinioni maschiliste 
tipo “il posto della donna è in cucina”, 
ma d’altro canto continuo a credere che quando un uomo e 
una donna ballano il tango sia 
l’uomo a dover condurre la donna. A differenza di alcune 
femministe ceche non credo 
nemmeno che i versi del poeta ceco Halas “Signorina, mi dica 
come riesce a non far tacere 
gli orologi quando si spoglia” siano sessisti. E potrei 
elencare molti altri esempi.
6). Secondo lei noi maschi post-moderni riusciamo a vivere 
accettando l’idea che le 
femmine potrebbero fare a meno di noi?
Scoprire che chi amiamo può fare a meno di noi, se non 
addirittura dimenticarci 
con facilità, fa sempre male. 
A volte fa male al punto che, 
con una tale consapevolezza, non si può continuare 
a vivere come se nulla fosse. 
L’epoca moderna, o se volete postmoderna, 
non fa che 
complicare le cose. Viviamo con ogni confort, 
al calduccio, abbiamo tutto ciò 
che desideriamo, abbiamo una pillola 
per ogni problema fisico... 
Non siamo più abituati al vero dolore. 
7). Quali sono gli autori sui quali lei si è formato e 
ai quali è più debitore?
Quando avevo vent’anni ho divorato affascinato 
Tolstoj, Hemingway, 
Thomas Mann, Bunin, Zweig – 
accanto ad autori più dozzinali. 
Mi piaceva quasi tutto. In seguito i miei gusti 
letterari si sono 
cristallizzati, ma esistono decine di 
autori che mi piacciono e 
non sono troppo favorevole a nominare 
i primi cinque della classifica.
8). In un mondo ideale, perfetto, la coppia 
esisterebbe sempre, secondo lei?
Evidentemente devo avere una limitata 
capacità d’immaginazione perché non 
mi viene in mente niente di meglio. 
Che cosa propone lei? :-)
9) C’è un vecchio proverbio ebraico del talmud 
che recita: “una femmina per un uomo 
è troppo poco; ma due sono senz'altro troppe”... 
è un paradosso che 
secondo lei vale ancora oggi?
Certamente, per Berlusconi di sicuro. 
Nel mio periodo alcolico e promiscuo 
che è seguito al mio divorzio 
ho però vissuto anch’io 
in prima persona un paio di serate 
in cui questo insegnamento talmudico 
valeva senz’altro :-)
10). Abbiamo un futuro? Nel senso di... 
è solo una crisi questa che stiamo 
attraversando oppure è l’inizio 
di un declino e noi europei 
non vogliamo accettare l'idea perchè ci spaventa?
Sono costretto a rimandarla alla mia quarta risposta…
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Atmosphere libri celebra con due nuovi romanzi la Giornata della Memoria 2012

21 12 2011 admin Nessun commento

giornata-della-memoriaAtmosphere libri pubblicherà, in occasione della Giornata della Memoria (27 gennaio 2012) due nuovi romanzi:

E IL TOPO RISE della israeliana Nava Semel

topo_rise_low

L’ESSENZIALE della tedesca Iris Hanika.

essenziale

Due scrittori di nazionalità diverse descrivono la necessità di ricordare cosa ha rappresentato l’Olocausto. Per la scrittrice europea, il senso di colpa di ogni tedesco apre una finestra sulla possibilità di vivere, amare e scrivere dopo Auschwitz.

Iris Hanihka scrive:

Auschwitz vive in ogni poesia,

ogni filo d’erba, ogni fiore di pesco.

Auschwitz vive in ogni poesia

e anche nell’animo di ogni tedesco.

Anche per Nava Semel è indispensabile ricordare, descrivendo la moderna favola di una bambina ebrea nascosta, durante la Seconda guerra mondiale, per sfuggire ai nazisti, in cantina con un topo. La memoria dell’Olocausto: dimenticare per sopravvivere, ricordare per vivere.

Entrambi le scrittrici saranno in Italia per presentare i rispettivi romanzi.

Nava Semel sarà a Firenze il 26 gennaio, a Perugia il 27 gennaio e a Roma il 30 gennaio. Iris Hanika sarà a Roma il 27 gennaio.

GIA’ DISPONIBILE A PREZZO SCONTATO SOLO ONLINE www.atmospherelibri.it

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“Il ragazzo di Janina” una saga familiare presentata a Milano

25 11 2011 admin Nessun commento
Ufficio stampa:
Giro di Parole
divisione di Metaphor
Tel. 02 30910986
media@girodiparole.it
COMUNICATO STAMPA
Leonidas Michelis
Il ragazzo di Jànina
Atmosphere Libri
Pagine: 240
Euro: 16,00
ISBN: 9788865640180
Èuscito il 15 novembre, per i tipi di
Atmosphere Libri, Il ragazzo di Jànina
di Leonidas Michelis, una coinvolgente e
appassionante saga familiare ambientata
nel secolo scorso, che abbraccia tre
generazioni di storia del popolo greco.
Dimostrando che questo Paese non è
solo storia antica e crisi odierna: in
mezzo c’è molto altro.
Attraverso una narrazione avvincente e affascinante, che cala immediatamente il lettore nella
Jànina del 1950 (Giannina, sulle propaggini della regione dell’Epiro), Zafiris ricorda le sue personali
vicende, gli affetti e gli incontri, i sogni e le delusioni, e quella che è stata la vita delle
due generazioni precedenti: dagli ultimi decenni dell’occupazione dell’Epiro da parte
dell’Impero Ottomano, alla liberazione di Jànina (1913), alle sconvolgenti barbarie e crudeltà
perpetrate dai Turchi nei confronti delle minoranze greche dell’Asia Minore (1922), dal banditismo
degli anni Trenta e dall’occupazione nazifascista alla guerra civile (1946-49). Vicende
spesso riassunte nei libri di storia con la fredda contabilità delle vittime, ma che in realtà sono
state vissute in ogni singolo giorno da persone che ne sono rimaste inevitabilmente segnate.
Poliànthi, capostipite della famiglia, è bisnonna di Zafiris e sorella di Spiros Mydas. Maestro di
scuola, divenuto brigante, Spiros partecipa alla guerra di indipendenza per affrancarsi
dall’Impero Ottomano. Il brigante di ieri si trasforma in un temibile vendicatore della sua gente,
un capitano di ventura che, con suoi irregolari, partecipa alla liberazione della città.
Mentre Capitan Mydas sposa Amarànta, una schiava comprata al grande bazar di Jànina,
Poliànthi si lega al mercante Nikolas Diamantis, da cui nascono tre femmine e un maschio.
Jòsmo, la più grande delle figlie, alleva i propri figli da sola, dopo la morte del marito nel letto
di un’altra donna.
Prende quindi in mano la sua attività e diventa una delle poche donne commercianti di Jànina.
Così farà Sofia, sua nipote e madre di Zafiris, che aprirà una maglieria che diverrà nel tempo
un fiore all’occhiello della produzione di tessuti della città.
Nulla si sa invece di Zafiris, che partirà per l’Italia, lasciando campo libero alle donne della
famiglia. Forti, coraggiose e passionali, sono loro le vere protagoniste del romanzo.
Apparentemente fragili, raccolgono tutte le energie per resistere alle difficoltà, ai drammi e alle
persecuzioni a cui spesso il popolo greco, nel corso dei secoli, è stato sottoposto.
Leonidas Michelis è nato
nel 1941 in Grecia, nella
città di Jànina. Vive a
Milano dagli anni Sessanta.
Laureato in ingegneria, ha
pubblicato i racconti Los
claveles del aire (2007) e il
romanzo L’agave di smeraldo
(2009).
Il libro
sarà presentato
a Un libro a Milano il 27
novembre alle ore 12,00
negli spazi di
Superstudio Più in Via
Tortona 27
a Milano.
Atmosphere libri
Via Seneca 66
00136 Roma
www.atmospherelibri.it
info@atmospherelibri.it
carlabuzza@gmail.com

Janina2Janina2

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Piatto del giorno

11 11 2011 admin Nessun commento

risotto

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Authori-Authors. Intervista con Orly Castel-Bloom. Interview with Orly Castel-Bloom.

20 10 2011 admin Nessun commento

Textile
Orly Castel-Bloom

Atmosphere, 2011,
Collana: Biblioteca dell’acqua
traduzione di Raffaella Scardi e Ofra Bennet
ISBN: 9788865640081
232 pp.

La biblioteca d’Israele:Il suo libro Textile è la cronaca di una implosione: il crollo di una famiglia. Il modo in cui lei descrive la deflagrazione è efficace anche grazie ad un linguaggio molto diretto,persino crudo, potremmo dire. Lei, tra l’altro, si segnala tra i più importanti scrittori post-moderni israeliani, quindi sono particolarmente interessata a capire come interviene sulla lingua che utilizza nei suoi testi, come le conferisce la forma più adeguata allo scopo.

Orly Castel-Bloom: Io penso che uno scrittore non debba abbellire il linguaggio, ma piuttosto scrivere nel modo in cui la gente parla, e gli israeliani, nello specifico, quando parlano, ancora di più di quando scrivono, sono piuttosto diretti e ruvidi. L’ebraico parlato è una mescolanza di metafore bibliche alte, clichés e slang molto diretto. Io faccio del mio meglio per essere fedele a tutto questo, per rappresentarlo com’è.

La biblioteca d’Israele:Nel suo libro c’è un fantasma che si aggira costantemente dietro le quinte della storia: quello della famiglia perfetta e, in effetti, bisogna dire che visti da fuori i Grubers integrano senz’altro i requisiti richiesti dagli standard attuali: sono ricchi e sono di successo. Mi dica, è davvero questo che sta accadendo oggi, in Israele, all’istituzione della famiglia?

Orly Castel-Bloom: La famiglia perfetta è esattamente questo: un fantasma. Sembra proprio che non esista affatto, e di sicuro non può esistere in Israele, un posto dove cresci i tuoi figli per spedirli poi nell’esercito a fare i tiratori scelti, o per diventare quelli responsabili di dare notizie tremende ai genitori di altri ragazzi. I soldi e la carriera sono, in modo molto scoperto, utilizzati come parodie di ciò che in questa storia è considerata come una possibile fonte di felicità.

La biblioteca d’Israele:Io sono letteralmente affascinata dal lavoro che svolge la madre, in questa storia, ovvero Mandy, perché è esattamente attraverso di esso che riesce a confrontarsi con il vasto e largamente problematico mondo degli ebrei ultra-ortodossi in Israele.

Orly Castel-Bloom: Uno dei problemi principali che gli ebrei israeliani evitano di affrontare è proprio quello degli ebrei ultra-ortodossi che vivono in un mondo medievale tutto loro in pieno ventunesimo secolo. Mangiano il loro cibo, indossano i loro vestiti, non servono nell’esercito, e la maggioranza degli uomini neppure lavora. Poiché la storia di cui parlo nel libro riguarda il modo in cui tessiamo la trama delle nostre vite: con stoffe, tessuti in cui ci avvolgiamo per difenderci, libri, e infine anche ‘’cotone organico’’, ho deciso di parlare della questione degli ebrei ultra-ortodossi partendo proprio dal tessuto che decidono di indossare.

La biblioteca d’Israele:L’America. Questa nazione ha sempre svolto un ruolo molto importante nella storia d’Israele, e lei ha anche deciso di farne il luogo in cui Irad, il padre, matura la propria condizione di alienazione esistenziale. Mi dica, allora, che cosa rappresenta l’America per lei, nella sua scrittura.

Orly Castel-Bloom:Sono stata a Boston in inverno. Quello che mi ha particolarmente colpita dell’America è la sua incomprensibile e inflessibile burocrazia, e la freddezza e alienazione della gente. Israele ha i suoi bei problemi, ma almeno la gente comunica, anche se solo per urlarsi in faccia. L’America, invece, è fredda, chiusa e impenetrabile. Questo è il motivo per cui ho deciso di collocare qui il luogo in cui Irad, finalmente, realizza la propria completa alienazione.

La biblioteca d’Israele: Esattamente come accade ai genitori di questa storia, lei opera una progressiva decostruzione dello stereotipo della famiglia israeliana anche utilizzando i personaggi dei figli all’interno del libro: Dael e Lirit. Si può dire che essi rappresentano la gioventù israeliana? E chi sono i giovani israeliani, oggi, secondo lei?

Orly Castel-Bloom:Lirit è il genere di ragazza giovane facilmente influenzabile e piuttosto viziata. Non posso proprio dire che sia comune, ma può di sicuro coincidere con quel tipo di giovane donna piuttosto volatile e abituata ad avere tutto. Tuttavia è anche piena di speranza, e verso la fine della storia matura, e inizia a prendere le proprie decisioni. Dael, invece, è un personaggio costruito attorno ad un conflitto simbolico, quello che si svolge tra un tempo lineare e distruttivo, e una esistenza invece più complessa. Lui è un tiratore scelto che deve essere deciso e diretto da un lato, ma che dall’altro non può fare a meno di essere un avido lettore di classici che legge per bilanciare la propria carriera militare, e così legge diversi romanzi contemporaneamente. Dael più che i giovani israeliani rappresenta i conflitti principali che ci si trova ad affrontare nel corso dell’esistenza.

La biblioteca d’Israele:Lei è di origini egiziane, culturalmente, questo ha influito sulla sua scrittura?

Orly Castel-Bloom: Sì, certo, ma non in Textile. Sicuramente di più in altri romanzi. L’alienazione di chi è nato al di fuori del ‘mainstream’ può essere senz’altro rappresentato dalle origini rhodesiane di Mandy. Il mio prossimo un libro –quello che sto scrivendo ora, quello per scrivere il quale mi sono venduta anche la casa- ha molto a che fare con le mie origini egiziane e con l’avventura tremenda che i miei genitori hanno vissuto in un kibbutz, fino al momento in cui sono stati cacciati via assieme ad altri ventitré egiziani.
E questo perché una volta avevano, nel corso di una votazione, manifestato il proprio appoggio all’URSS! E anche molti altri episodi, comunque.
Io lo considero un romanzo arabo e sono anche andata in Egitto un anno prima della rivoluzione per vedere che cosa fosse rimasto. Posso dire che sono stata piuttosto felice lì, almeno fino a quando ho tenuto nascosta la mia identità.

La biblioteca d’Israele: Quali sono gli scrittori che l’hanno ispirata e motivate di più, aiutandola a formare la sua scrittura così affilata per cui lei è conosciuta e apprezzata?

Orly Castel-Bloom: Senz’altro Kafka, Dostoevskij, Gogol, Camus, Calvino, Primo Levi, Borges, Isaak Babel’, Shalom Aleichem e naturalmente molti altri.

_______________________________________________________

The library of Israel: Your book, Textile, is the chronicle of an implosion: a family breakdown. The way you describe this burst is done using a language very straight to the point, harsh, we could say. As you are among the most important post-modern authors in Israel I am interested in knowing how you work on the language, how you shape it.

Orly Castel-Bloom: I believe a writer is not supposed to beautify language, but to write the way people speak, and Israelis, when they speak, rather than write, are very direct and harsh. Spoken Hebrew is a mixture of high biblical metaphors, clichés, and very direct slang. I do my best not to tamper with it.

The library of Israel: In the book there’s always a ghost that lingers in the background:the perfect family, and from the outside the Grubers perfectly fit the new modern standards: they’re rich and successful. Is it what is happening to the institution of the family, in Israel, today?.

Orly Castel-Bloom: The perfect family is just that: a ghost. It seems not to exist at all, and it certainly cannot exist in Israel, where you raise your children and then send them to the army, to be sharp-shooter, or responsible for breaking horrible news to other parents. Money and career are clearly parodied as a possible source of happiness in this novel.

The library of Israel: I am fascinated by the work of the mum, Mandy, as through it she
relates to the big and hugely problematic world of the Ultra-Orthodox Jews.
How did you come to the decision to make it the focus, we could say the crucible, of such important elements?

Orly Castel-Bloom: One of the main issues Israeli Jews avoid is that of the Ultra-Orthodox Jews, who live in a medieval world of their own, right in the 21st century. They eat their own food, wear their own clothes, do not serve in the army, and a large proportion of the men do not work. Since the novel is about the way we weave our lives – in textiles, in defensive fabrics, in books and in “organic cotton”, I decided to touch upon the subject of Israeli Ultra-Orthodox Jews through textile.

The library of Israel: America. This nation always played a great role in the Israel’s
history, and you’ve decided to make of it also the place where the father, Irad, realizes the deep alienation that he’s living in his life. Tell me about what America represents for you, in your writing.

Orly Castel-Bloom:I’ve been to Boston in winter. What impressed me most about America are their incomprehensible and strict bureaucracy, and the coldness and alienation of people. Israel certainly has its own problems, but people communicate with each other, even if only to shout at each other. America is cold, closed, and impenetrable. That is why I chose it to be the place where Irad finally realizes his total alienation.

The library of Israel: As happened to the parents of this novel, you deconstruct the Israeli stereotype of the family also through the children of this book: Dael and Lirit. Do they represent young Israeli? Who are the young Israeli today, in your opinion?.

Orly Castel-Bloom:Lirit is the type of easily influenced and rather spoiled young woman. She is not exactly typical, but she may be recognized as the volatile spoiled young woman. Yet she has hope and towards the end of the novel she grows, and makes her own decisions. Dael is built around one symbolic conflict: that between linear, destructive time, and multilayered existence. He is a sharpshooter, who has to be straight and direct on the one hand, and an avid reader of classic literature, which he reads to balance out his military career, and he reads several novels simultaneously. He is representative of the main conflicts of existence rather than of young Israelis.

The library of Israel: You are of Egyptian descent, did it affect, culturally, your writing?

Orly Castel-Bloom:Yes, it did, but not particularly in “Textile”. More so in other novels. Still, the alienation of someone born out of the mainstream might be expressed by Mandy’s Rhodesian descent.My next book – the one I am writing now, the one I sold my house also to write it – deals a lot with my Egyptian origins and the terrible adventure my mother and father had in a kibbutz until they were sent away with other 23 Egyptians
Because they voted pro-USSR in one case! And many other episodes.

I call it an Arabic Novel and I went to Egypt a year before the revolution to see what is still left. I must say I felt very happy in Egypt as long as I hided my true identity.

The library of Israel: Who are the authors that inspired you and motivated more, helping
you to shape your very peculiar, razor sharp, style?

Orly Castel-Bloom:I would have to say Kafka, Dostoyevskij, Gogol, Camus. Calvino, Primo Levi, Borges, Isaak babel. Shalom Alachem and many more.

Giusi Meister

Biografia dell’autrice:

Orly Castel-Bloom è nata a Tel Aviv, da genitori di origine egiziana,
nel 1960. Ha studiato cinema presso l’Istituto Beit Zvi e l’Universit
di Tel Aviv. La sua prima raccolta di racconti, Non lontano dal
centro, è stata pubblicata nel 1987. Castel-Bloom tiene letture in
diverse università, come Harvard, UCLA, Berkeley, Oxford, Cambridge.
Tiene un corso di scrittura creativa all’Università di Tel Aviv. Ha
pubblicato cinque raccolte di racconti, sei romanzi e un libro per
bambini. Il suo Dolly city, 2007, è stato incluso nella Raccolta delle
Opere Rappresentative dell’UNESCO. Orly Castel-Bloom ha già pubblicato
in Italia, Spiegami perché (Mondadori), Dolly city (Nuovi Equilibri) e
Parti umane (Edizioni e/o).

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IL BIBLIOTECARIO di Michail Elizarov (Atmosphere libri)

la stampa tuttolibri - 23 lug 2011

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Categorie: Generali, Recensioni

LA CARTA DEI DIRITTI DELLA LETTURA

I sottoscritti titolari dei diritti di partecipazione rivolgono la seguente petizione al Parlamento Europeo
Il sottoscritto firmatario, promotore della presente petizione, dichiara, sotto la propria
responsabilità, che le firme depositate sono raccolte nei modi e nei termini previsti dalle vigenti
disposizioni e sono autentiche.
Presidente dell’Associazione Donne di carta
Sandra Giuliani
LA CARTA DEI DIRITTI DELLA LETTURA
Definizioni della lettura, Diritti della persona che legge e Doveri sociali
Art.1
«Leggere è un Diritto della persona senza distinzione di condizioni sociali, di età, di lingua, di opinioni
politiche, di razza, di religione, di salute e di sesso.
Art. 2
Leggere è un’attività individuale e sociale che coinvolge la mente, le emozioni e i sensi e non si limita né
privilegia l’apprendimento e l’interpretazione della scrittura (lettura libraria) ma è applicabile in diversi
ambiti e con diversi strumenti. Pertanto è dovere sociale incrementare forme e attività di avviamento, di
agevolazione e di sostegno permanente alla lettura che creino, con eguali opportunità, un’educazione
all’ascolto, al pensiero critico, alla condivisione e allo scambio di saperi.
Art. 3
Leggere favorisce lo sviluppo della personalità, le relazioni affettive e sociali, le possibilità espressive e gli
scambi interculturali ponendosi come un sostanziale concorso al progresso materiale e immateriale della
società. Pertanto è dovere sociale concorrere alla lotta contro l’analfabetismo, primario e di ritorno, contro
l’impoverimento delle lingue e delle conoscenze, e le condizioni che li rendono radicati, diffusi e sommersi.
Art. 4
È diritto irrinunciabile della persona che legge esercitare su ogni testo la propria competenza linguistica.
Pertanto è dovere sociale facilitare la comprensibilità dei testi in funzione del destinatario e dei contesti
d’uso, valorizzare ogni lingua madre e locale e proporre forme di diffusione dei testi che consentano la
verifica e/o la reperibilità della lingua originale.
Art.5
È diritto irrinunciabile della persona che legge esercitare su ogni testo le proprie facoltà di lettura.
Pertanto, nel caso specifico di disabilità fisiche e cognitive, transitorie e/o permanenti, è dovere sociale
incrementare forme ausiliari e strumenti che facilitino l’apprendimento, lo sviluppo e l’esercizio della lettura.
Art.6
È diritto irrinunciabile della persona che legge godere dell’uguaglianza delle opportunità di lettura ed
esercitare una libera scelta degli strumenti e degli oggetti di lettura.
Pertanto è dovere sociale rappresentare, in modo equo, negli oggetti di lettura la varietà e il valore delle
differenze culturali, di orientamento sessuale, di credenze religiose e politiche incrementandone la diffusione
e concorrendo alla rimozione degli ostacoli che limitano di fatto questo diritto promuovendo le condizioni,
gli strumenti e le attività che lo rendano effettivo.
Art.7
È diritto irrinunciabile della persona che legge usufruire di “case della lettura”, pubbliche e gratuite, che
rendano accessibile e praticabile la lettura in tutte le sue forme. Pertanto è dovere sociale agevolare le
condizioni di crescita e di sviluppo di dette realtà, anche tramite forme di collaborazione con privati, per
garantire una politica culturale adeguata alle esigenze formative della persona e rispettosa delle differenze
culturali delle comunità.
Art.8
È diritto irrinunciabile della persona che legge l’accesso facilitato al patrimonio che costituisce Memoria
storica e linguistica delle comunità. Pertanto è dovere sociale valorizzare le memorie scritte e orali, singole e
collettive, trasformandole in una risorsa attiva e comune e promuovendo strumenti e forme di conservazione,
trasmissione, circolazione e riuso.».

LA CARTA DEI DIRITTI DELLA LETTURA

locandina4coninterventiDefinizioni della lettura, Diritti della persona che legge e Doveri sociali

Art.1

«Leggere è un Diritto della persona senza distinzione di condizioni sociali, di età, di lingua, di opinioni

politiche, di razza, di religione, di salute e di sesso.

Art. 2

Leggere è un’attività individuale e sociale che coinvolge la mente, le emozioni e i sensi e non si limita né

privilegia l’apprendimento e l’interpretazione della scrittura (lettura libraria) ma è applicabile in diversi

ambiti e con diversi strumenti. Pertanto è dovere sociale incrementare forme e attività di avviamento, di

agevolazione e di sostegno permanente alla lettura che creino, con eguali opportunità, un’educazione

all’ascolto, al pensiero critico, alla condivisione e allo scambio di saperi.

Art. 3

Leggere favorisce lo sviluppo della personalità, le relazioni affettive e sociali, le possibilità espressive e gli

scambi interculturali ponendosi come un sostanziale concorso al progresso materiale e immateriale della

società. Pertanto è dovere sociale concorrere alla lotta contro l’analfabetismo, primario e di ritorno, contro

l’impoverimento delle lingue e delle conoscenze, e le condizioni che li rendono radicati, diffusi e sommersi.

Art. 4

È diritto irrinunciabile della persona che legge esercitare su ogni testo la propria competenza linguistica.

Pertanto è dovere sociale facilitare la comprensibilità dei testi in funzione del destinatario e dei contesti

d’uso, valorizzare ogni lingua madre e locale e proporre forme di diffusione dei testi che consentano la

verifica e/o la reperibilità della lingua originale.

Art.5

È diritto irrinunciabile della persona che legge esercitare su ogni testo le proprie facoltà di lettura.

Pertanto, nel caso specifico di disabilità fisiche e cognitive, transitorie e/o permanenti, è dovere sociale

incrementare forme ausiliari e strumenti che facilitino l’apprendimento, lo sviluppo e l’esercizio della lettura.

Art.6

È diritto irrinunciabile della persona che legge godere dell’uguaglianza delle opportunità di lettura ed

esercitare una libera scelta degli strumenti e degli oggetti di lettura.

Pertanto è dovere sociale rappresentare, in modo equo, negli oggetti di lettura la varietà e il valore delle

differenze culturali, di orientamento sessuale, di credenze religiose e politiche incrementandone la diffusione

e concorrendo alla rimozione degli ostacoli che limitano di fatto questo diritto promuovendo le condizioni,

gli strumenti e le attività che lo rendano effettivo.

Art.7

È diritto irrinunciabile della persona che legge usufruire di “case della lettura”, pubbliche e gratuite, che

rendano accessibile e praticabile la lettura in tutte le sue forme. Pertanto è dovere sociale agevolare le

condizioni di crescita e di sviluppo di dette realtà, anche tramite forme di collaborazione con privati, per

garantire una politica culturale adeguata alle esigenze formative della persona e rispettosa delle differenze

culturali delle comunità.

Art.8

È diritto irrinunciabile della persona che legge l’accesso facilitato al patrimonio che costituisce Memoria

storica e linguistica delle comunità. Pertanto è dovere sociale valorizzare le memorie scritte e orali, singole e

collettive, trasformandole in una risorsa attiva e comune e promuovendo strumenti e forme di conservazione,

trasmissione, circolazione e riuso.»

Questa è la prefazione che ho scritto alla Carta dei diritti del Lettore che è stata presentata al salone del libro 2011 di Torino.

progres2Attenti.
Quello che state pensando vi si legge in faccia.
In un momento in cui gli operai della Fiat perdono il diritto di fare una pausa dalla catena di montaggio, in cui essere stranieri lascia senza dignità davanti alle esigenze più elementari, in cui alle donne vengono progressivamente sottratte le conquiste paritarie ottenute in anni di lotte civili e in cui i giovani perdono il diritto a sperare in un futuro, non sembra affatto una priorità chiedere il riconoscimento di una Carta dei Diritti del Lettore.
Lo conosco questo pensiero, e so di cosa è figlio.
Discende dalla constatazione che in Italia leggere è l’hobby di chi ha già fatto tutte le altre cose importanti, quelle che contano davvero per la vita. I lettori sono gente che ha già pagato le rate, tutti quelli che si possono permettere di sprecare il proprio tempo in qualcosa che non fa guadagnare denaro. In fondo, sono dei privilegiati. Magari pure intellettuali, una parola che ha smesso da tempo di evocare rispetto agli occhi dei più. Partendo da questa convinzione, chi può considerare prioritario difendere il diritto di una comunità di hobbisti, peraltro non molto nutrita rispetto ad altri paesi europei?
C’è prima tutto il resto, poi se avanza tempo verranno anche i diritti del lettore.

Non offendetevi, ma se pensate questo siete come cantine, mansarde, piccole case basse di soffitto.
Lo dico da lettrice, ma pure da cittadina.
Chi pensa che leggere, e leggere a precise condizioni di garanzia, libertà e accesso ai testi, sia un diritto minore rispetto a quello di curarsi, studiare, lavorare, riposarsi o migrare, non ha capito una verità elementare del nostro stare insieme come persone civili.
Quella verità – nota ad ogni lettore – insegna che noi abbiamo più di un domicilio a questo mondo. Non abitiamo solo questo paese, questa terra e questa cultura, non siamo cittadini solo di uno stato.
Noi tutti, uomini e donne, vecchi e bambini, anche quelli che non leggono (forse soprattutto loro) abitiamo anche le storie di noi stessi che ci vengono narrate.

E’ in base a quelle storie che immaginiamo il mondo che siamo chiamati a costruire, con le sue pause, i suoi lavori, le sue cure, le sue migrazioni e anche i suoi diritti. Che ci piaccia o meno, siamo tutti figli di una narrazione, di una storia letta o sentita raccontare, anche quando non sappiamo più ricordare dove e da chi. Se ci sembra di essere personaggi in cerca di autore è perché stiamo dentro una trama che ci consente certi movimenti, ma ce ne nega molti altri; e più la trama è povera e banale, meno riusciamo a fare la differenza sulla storia complessiva di cui siamo parte insieme agli altri.
Rivendicare un diritto alla lettura significa allora rivendicare il diritto di pensarsi qui come fosse altrove, di immaginarsi altro per poter davvero restare sé stessi, di chiedere alternative al mondo che abbiamo e di legittimare la diversità di narrazione, qualunque narrazione, come ulteriore possibilità per crescerci dentro.
Se ci fossero più lettori, e lettori con più garanzie di accesso alla lettura, questo sarebbe già un paese migliore, perché abitato da un numero maggiore di persone in grado di sovvertirne i limiti e fare la differenza. Ogni lettore è un cittadino consapevole, critico, uno che davanti a ogni narrazione di sé limitata, avvilente o falsa è in grado di organizzare un controcanto, opponendo alla realtà impoverita che vogliono imporgli la forza sovversiva di tutte le narrazioni che da lettore ha abitato, diventandone cittadino e rimanendo allo stesso tempo migrante.
Lottare per il diritto dei lettori significa lottare per un paese che può cambiare la sua storia.
Dietro a questo diritto stanno tutti gli altri, perché questo è un diritto alla consapevolezza. Senza quella non esistono garanzie di nulla per nessuno, perché di tutti i diritti che pensiamo di avere, gli unici che in realtà possediamo sono quelli che siamo in grado di difendere.

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Andrés Barba, tra i migliori narratori di lingua spagnola

grantaLa più importante rivista letteraria al mondo, GRANTA, ha stilato una classifica con i migliori narratori contemporanei di lingua spagnola. ANDRÉS BARBA, di cui Atmosphere libri presenta a marzo il romanzo PICCOLE MANI, è tra questi.

La lista comprende:
ANDRÉS BARBA – Spagna, n. 1975
OLIVERIO COELHO – Argentina, n. 1977
ANDRÉS RESSIA COLINO – Uruguay, n. 1977
FEDERICO FALCO – Argentina, n. 1977
PABLO GUTIÉRREZ – Spagna, n. 1978
RODRIGO HASBÚN – Bolivia, n. 1981
SÒNIA HERNÁNDEZ – Spagna, n. 1976
CARLOS LABBÉ – Cile, n. 1977
JAVIER MONTES – Spagna, n. 1976
ELVIRA NAVARRO – Spagna, n. 1978
MATÍAS NÉSPOLO – Argentina, n. 1975
ANDRÉS NEUMAN – Argentina, n. 1977
ALBERTO OLMOS – Spagna, n. 1975
POLA OLOIXARAC – Argentina, n. 1977
ANTONIO ORTUÑO – Messico, n. 1976
PATRICIO PRON – Argentina, n. 1975
LUCÍA PUENZO – Argentina, n. 1976
SANTIAGO RONCAGLIOLO – Perù, n. 1975
ANDRÉS FELIPE SOLANO – Colombia, n. 1977
SAMANTA SCHWEBLIN – Argentina, n. 1978
CARLOS YUSHIMITO – Perù, n. 1977
ALEJANDRO ZAMBRA – Cile, n. 1975
piccole-mani_defGiochi pericolosi per scoprire il buio freddo e inspiegabile della violenza tra i bambini.

Il romanzo fa parte di una lista selettiva a cui appartengono I ragazzi terribili di Jean Cocteau, Il signore delle mosche di William Golding e Agostino di Alberto Moravia, ritratti senza compiacimento dell’infanzia, ma ugualmente commoventi e inquietanti.

Marina, unica superstite di un incidente stradale in cui ha perso entrambi i genitori, viene accolta in un orfanotrofio. Con il suo arrivo, il piccolo mondo delle bambine, circoscritto fra le pareti dell’altero edificio e il perimetro del giardino nel quale campeggia la statua nera di Sant’Anna, viene sconvolto per sempre: “Noi eravamo state felici prima che arrivasse Marina con il suo passato”.

La presenza dell’intrusa fa vacillare non solo le loro fragili sicurezze, ma la loro stessa gioia di vivere, fondata fino ad allora su piaceri semplici – il bagno mattutino, il cibo, le canzoni, i giochi, il profumo delle lenzuola pulite – che adesso, nel confronto con l’esperienza di vita di Marina, da lei rievocata con innocente perfidia, divengono insignificanti. L’iniziale senso di disagio nei confronti della nuova arrivata si trasforma a poco a poco in un’ostilità aperta  fino a culminare nella crudeltà.

Tuttavia, gli stati d’animo che sottendono la narrazione, come tutti i sentimenti di forte intensità, non sono mai univoci, ma oscillano incessantemente fra opposti estremi: rancore e ammirazione, paura e desiderio, da una parte, e consapevolezza sdegnosa della propria diversità, ma anche bisogno di sentirsi amata, dall’altra.

È nella rappresentazione di questa ambivalenza che la prosa di Andrés Barba, voce tra le più originali della narrativa spagnola contemporanea, raggiunge i suoi esiti migliori. È una scrittura scarna, priva di ogni artificio descrittivo, adatta a evocare i grovigli interiori dei personaggi senza mai dipanarli.

Il lettore segue le vicende delle bambine dapprima con una vaga inquietudine e poi con un senso di autentico orrore, quando gli eventi, apparentemente innocui dell’inizio, si fanno più incalzanti e tesi fino a degenerare nel perverso gioco finale della bambola.

Andrés Barba è incluso dalla rivista letteraria GRANTA tra i migliori scrittori contemporanei di lingua spagnola.

RECENSIONI:

“Barba profonde talento e intuizione per mostrarci uno strano, intimo inferno non scevro, a tratti, di un espressionismo di grande levatura artistica.” El Faro de Cartagena

“(…) il sottile filo sentimentale si carica via via di simboli tanto attraenti quanto distruttivi, in uno spazio illuminato dai fiori del male. Libri come questo ci riconciliano con l’ormai fiacca letteratura.” La Vanguardia

“È indispensabile, nonostante l’apparente semplicità degli enunciati, leggere lentamente, cercare quello che forse viene detto solo fra le righe in questa favola sulla difficoltà e sul pericolo di differenziarsi da una massa omogenea, predisposta all’ammirazione, ma, nel contempo, alla sfiducia e al rifiuto del diverso.” El Mundo

BIOGRAFIA: Nato a Madrid nel 1975, Andrés Barba ha una laurea in filologia presso l’Università Complutese di Madrid, dopo la quale ha intrapreso studi di filosofia. Si è fatto conoscere come autore in giovanissima età, nel 2001, con il romanzo La hermana di Katia, finalista al Premio Herralde. Il libro Versiones de Teresa ha vinto il premio Torrente Ballester nel 2007. Barba è anche l’autore de La ceremonia del porno, vincitore del premio Anagrama per la saggistica.
LIBRI PUBBLICATI IN ITALIA:

La sorella di Katia, Instar libri

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Il branco e la nebbia: una storia sul bullismo

branco e nebbia.qxd:Layout 1Dal bullismo alla paura e alla forza di vivere, la storia di un giorno decisivo

nelle vite di un bambino, un adolescente e un anziano scrittore.

Il branco e la nebbia” di Martín Casariego, pubblicato in Italia da Atmosphere Libri, è un romanzo doloroso. Una storia di bullismo, ma non solo. Ignacio Mayor, scrittore madrileno di sessantotto anni, dopo un periodo di ritiro dalla scena pubblica, ha deciso di tornare a viaggiare per promuovere i propri libri e dimostrare a se stesso che la vecchiaia è ancora lontana. Ander, adolescente basco di quattordici anni, un ragazzo felice, bravo negli studi, nello sport, simpatico, fidanzato con la più bella ragazza della classe è ora perseguitato con ogni tipo di violenza dai suoi stessi compagni di scuola. Leandro, bambino di otto anni fratello minore di Ander, è impegnato a combattere e a confutare le insinuazioni di alcuni coetanei che mettono in dubbio l’esistenza dei Re Magi (figure che nella cultura spagnola hanno la stessa valenza di Babbo Natale). Sullo sfondo, i Paesi Baschi, un panorama cupo d’intolleranza. Tre vicende personali si intervallano di capitolo in capitolo per congiungersi di volta in volta nell’evento unificatore della visita dello scrittore presso le scuole dei due fratelli. Fin da subito si intuisce che la vera ragione che ha portato Ignacio ad accettare di tornare a promuovere i propri libri in queste due scuole è in realtà il desiderio di rivedere Irene, professoressa con la quale ha dei sospesi amorosi. Tuttavia, Ignacio, che ha subito una grande perdita familiare, si chiede se valga ancora la pena di vivere e di amare. Ander è vittima della violenza del branco. Il dolore è arrivato a togliere senso alla sua esistenza chiudendolo sempre di più in un isolamento inerme. In seguito alle ennesime violenze e umiliazioni subite dai suoi compagni, Ander compie un gesto estremo per porre termine alle sue sofferenze.

Il bullismo è una violenza purtroppo comune, e proprio per questo straordinaria. Il branco si nasconde tra i nostri amici, nelle nostre case, nelle nostre aule, nella nostra vita di tutti i giorni.

Una storia di bullismo ma non solo. La vera protagonista di questa storia, tenera e drammatica insieme, è la fatica di vivere, il filo conduttore che unisce i tre personaggi intorno ai quali ruotano gli avvenimenti narrati.

È questa violenza esercitata dal branco nella scuola che fa gelare il sangue del lettore. Una storia che ci manda a sbattere contro una realtà vergognosa che esiste e si moltiplica nell’indifferenza generale. Il vortice nel quale il bambino perseguitato precipita, la terrificante solitudine e la disperazione nella quale accetta di sprofondare per non sapere chiedere aiuto, sono descritti in modo esemplare. Un romanzo al quale nessuno potrà restare insensibile.

“Il libro di Casariego mi ha commosso… Un romanzo che tocca il cuore. Che metterà i brividi a qualsiasi genitore. E che resterà nella mia memoria come una ferita aperta.” Javiér Puebla (Cambio 16)

“Un romanzo meraviglioso sulla consapevolezza e la durezza di dover adattarsi al gruppo e alla realtà, dove la felicità e la miseria vanno di pari passo.” Clara Sánchez (autrice di “Il profumo delle foglie di limone”)

“Casariego ha messo il dito in una delle piaghe che più ci bruciano: il bullismo a scuola. Lo fa in un romanzo bello ed estremo, e affonda nei caratteri e nelle situazioni come farebbe Kafka: con una terribile assenza di speranza, descritta con quello stesso senso di ricchezza che racchiude il genere umano nei suoi momenti di crisi …. È terribile, sì, ma di una trascendenza epica. Un vero gioiello!” Xurxo Fernandez (El Correo Gallego)

L’autore:

Martín Casariego (Madrid, 1962), laureato in Storia dell’Arte, ha iniziato a scrivere all’età di 16 anni, anche se la sua prima opera pubblicata Qué te voy a contar è stata pubblicata dieci anni dopo, ricevendo il Premio Tigre Juan per il miglior debutto. Nel 1997 vince il Premio Ateneo di Siviglia con il suo romanzo La hija del coronel. Nel 1998 riceve il Premio di Letteratura Infantile e Giovanile “Cervantes Chico”. Il branco e la nebbia (2009) vince il II Premio Ciudad de Logroño.

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Intervista a Linden MacIntyre, autore de L’uomo del vescovo, Atmosphere libri

cover MacIntyreIntervista esclusiva a Linden MacIntyre, autore de L’UOMO DEL VESCOVO, Atmosphere libri, 2010

-          In “L’uomo del Vescovo” lei affronta l’argomento inquietante e molto dibattuto degli abusi sessuali contro i bambini. Pensa che avvolgerlo in un velo di finzione, per quanto sottile, possa contribuire a portare questo argomento all’attenzione del pubblico? Non teme che la drammatizzazione della fiction, in confronto al dramma effettivo della realtà, possa sminuire l’importanza di un tema così importante?

-          Faccio il giornalista da più di quarant’anni e sono da sempre un avido lettore di narrativa. A un certo punto sono giunto alla conclusione che il buon giornalismo e la buona fiction condividono un impegno comune verso la verità, e che i migliori romanzieri (Dickens, Hugo, Steinbeck …) cercavano le loro storie nella realtà che li circondava. Qualche tempo fa, mentre mi trovavo in una piccola comunità rurale, ho appreso di una tragedia che toccava due dei principali tabù di ogni società: l’abuso sessuale e il suicidio. Anche se conoscevo bene il posto e le persone, ho rilevato una profonda riluttanza a parlare di questa tragedia. E questo mi ha fatto interrogare sulla natura dell’abuso sessuale. Perché l’abuso sessuale spaventa la gente? Alla fine ho concluso che a colpire le persone non è  solo la nefandezza di questo crimine. C’è anche il fatto che, nel caso dell’abuso sessuale, c’è sempre un rapporto stretto tra l’abusatore e la vittima. L’abusatore può essere un membro della famiglia, della comunità o della parrocchia, o anche di una ditta o di una squadra sportiva. E inizialmente il reato non sembra un abuso perché c’è un elemento di fiducia, di affetto, di familiarità e persino di amore tra l’abusatore e la vittima.  Il crimine dell’abuso sessuale è essenzialmente, nella sua forma più dannosa, una violazione, un tradimento della fiducia. Così ho deciso di ambientare la storia in un’istituzione che ha ispirato forse il più alto grado di fiducia. Un’istituzione che, per secoli, ha risposto all’abuso sessuale con negazioni o sotterfugi, e cioè la Chiesa cattolica. Ho deciso di usare la fiction perché volevo esplorare il carattere e la motivazione dei protagonisti della storia in una misura che raramente il giornalismo consente. Il giornalismo è limitato dalle difficoltà di accedere alla coscienza delle persone che vivono un conflitto morale, o di quelle che occupano posizioni di potere e abusano della loro autorità. I conflitti morali più gravi sono invariabilmente complicati da sfumature sottili. Il giornalismo, soprattutto in televisione, non riesce a renderle bene.

-          Ha detto che tra i motivi principali per cui ha voluto scrivere questo libro c’era il voler entrare nella testa di un sacerdote (”una persona molto privata, nel senso di riservata, che svolge un ruolo molto pubblico”) per capire cosa pensi, e nei palazzi vescovili per sentire cosa si dica là dentro. E come ha fatto a raccogliere le informazioni necessarie per rispondere a queste domande in modo verosimile? Si è affidato esclusivamente alla fantasia, o ha avuto delle fonti importanti?

-          Inizialmente non ero sicuro di poter pensare come un prete, o rispondere alle circostanze come risponderebbe un prete. In questo senso, la svolta per me è stata quando ho cominciato a vedere un prete innanzitutto come un uomo. In questo modo ho potuto rapportarmi al protagonista del romanzo. Ed essendo una persona che è cresciuta con il cattolicesimo, e che ha conosciuto numerosi preti, gente che, nella mia generazione, era portata a prendere sul serio il sacerdozio come possibile impiego, una volta demistifica la vocazione, ho potuto studiare la situazione e le sue sfide morali attraverso gli occhi di un uomo educato per diventare prete. Sono cresciuto in un periodo in cui sceglievano di farsi preti molte persone, tra cui anche alcune che conoscevo, con cui parlavo o di cui mi fidavo. Quindi ho potuto rivolgermi ad alcune di loro per dei consigli, e per esplorare certi problemi. A un prete in particolare ho chiesto di leggere il mio manoscritto per  rassicurarmi sull’autenticità della voce del mio protagonista. Lui l’ha letto due volte e mi ha detto che avevo colto in modo credibile la voce di questo particolare prete. Oltre a ciò, ho usato strumenti giornalistici per delle ricerche nella legge canonica, nella storia della Chiesa e nei dettagli liturgici che poi ho usato nel mio racconto per rendere più autentici sia il personaggio sia la storia.

-          Lei dice di avere una formazione cattolica. Ma qual è attualmente il suo rapporto con la religione?

-          Mi considero agnostico. Sono cresciuto in un ambiente cattolico irlandese-scozzese molto tradizionale, in un periodo in cui tutte le credenze e le tradizioni della Chiesa erano più o meno intatte. Ma ero anche molto curioso, soprattutto sulle origini dell’autorità della chiesa e della sua storia, e sono stato attratto dallo studio della filosofia che è alla base della pratica religiosa. Così ho scoperto che in questo campo più sai e più ti accorgi di non sapere.  Quando hai a che fare con spiritualità, religione e teologia, raggiungi un punto in cui non è più possibile “sapere”, quindi sei costretto a rifiutare l’esplorazione o a compiere un salto di fede basato sul sentimento, sulla fede appunto. Mi sono trovato a quel punto senza riuscire a compiere il salto. Non sono riuscito a decidere razionalmente di abbandonare la ragione. Ammiro e invidio la persone che hanno il conforto della fede per affrontare la realtà dei problemi della vita e della morte. E visto che non ho la conoscenza necessaria per definirmi ateo, perché credo che si debba sapere molto per essere atei, né la credulità necessaria per diventare un fedele nel senso convenzionale, devo ammettere di trovarmi in una zona buia in cui non sono in grado di trovare le risposte alle principali domande dell’esistenza.

-          È mai stato in Italia, e in particolare a Roma, nel cuore della Chiesa cattolica?

-          Sono stato in Italia e a Roma, che è ovviamente una delle più grandi città del mondo, dove si possono ammirare alcuni dei prodotti più belli della conoscenza umana. In molti sensi Roma è ispirante, perché è un esempio di comunità umana che è sopravvissuta ai peggiori eccessi della follia umana e ha trionfato in termini di arte e di ideali. Quella del Vaticano è una situazione più complicata. Anche il Vaticano è sede di grande arte, ed è stato il palcoscenico su cui si è svolta una parte significativa del dramma umano. Ma è anche il simbolo di un opaco potere medievale che mi ha sempre ricordato la vanità, l’avidità e la crudeltà che hanno minato il messaggio di speranza del cristianesimo.

-          Nel tuo libro sembra che il problema principale dell’essere prete sia il celibato, ovvero “la negazione della più umana tra tutte le interazioni”, come la definisci, ovvero la sessualità. È così?

-          No, non credo che il celibato sia il problema principale. È una politica della chiesa e, per i preti, una scelta personale di vita, che molti esercitano in modo privato e anche sano.  Il celibato è una questione problematica, però, perché è un’espressione dell’autorità irrazionale,  arbitraria e assoluta esercitata dalla Chiesa. E proprio quest’autorità irrazionale della chiesa rappresenta il problema fondamentale della Chiesa. È un’autorità che ha impedito la piena partecipazione della razza umana alla Chiesa, garantendo una condizione privilegiata agli uomini. È un’autorità che ha creato gravi problemi alle donne con posizioni rigide su questioni di moralità personale come l’aborto e il controllo delle nascite. E secondo me ha esercitato un’autorità irrazionale e ingiusta, limitando la capacità di preti, suore, vescovi e teologi di mettere in atto quello che considero il messaggio centrale dei vangeli: un messaggio di speranza e di giustizia sociale. Ritengo che il discorso della montagna e molti messaggi apostolici fossero richieste di miglioramento della condizione umana e della giustizia sociale. E sopprimendo questi obiettivi nobili la Chiesa è diventata un anacronismo politico nel mondo contemporaneo, compromettendo la propria autorità morale e spirituale.

-          Da quel che scrive, sembra che i problemi della Chiesa, come di altre istituzioni, nascano nel momento in cui all’individuo viene fatto credere che la protezione dell’istituzione sia più importante del senso morale dell’individuo. In questo caso, il suo romanzo è un’affermazione della priorità della dimensione individuale su quella collettiva? L’uomo però sente da sempre dentro di sé l’impulso a dedicarsi a un qualcosa di più grande di sé. E allora, se le istituzioni sono generalmente inaffidabili e destinate a corrompersi, dove pensa che questo impulso possa essere diretto? O si tratta di un impulso destinato a non trovare appagamento, e quindi da reprimere in qualche modo?

-          È una domanda complessa, ma penso che si possa ridurre fondamentalmente ad un paio di considerazioni pratiche. Un’istituzione di qualunque tipo, che sia una squadra di calcio o una Chiesa, è un sistema di diffusione. Nel suo caso, la Chiesa diffonde speranza alla gente e, come tale, non è più umana delle persone che la incarnano. Di conseguenza, la moralità di un’istituzione non sta nella sua filosofia e nei suoi obiettivi, bensì nella vita quotidiana di coloro che la guidano. Soprattutto a livello dirigenziale, quando una leadership è pronta a distorcere gli obiettivi dell’istituzione, per quanto nobili, mettendo gli interessi personali o politici davanti ai propri principi, si determina la corruzione dell’istituzione. Uno dei messaggi centrali del libro è che la qualità morale di un’istituzione, compresa la Chiesa cattolica, dipende dalle scelte morali compiute dalle persone che l’incarnano. E non si può rivendicare un interesse prioritario per gli interessi dell’istituzione rispetto a quelli della gente di cui essa è al servizio. Se la chiesa serve gli interessi dei suoi fedeli, allora insabbiare la conoscenza degli abusi compiuti da individui o gruppi al suo interno è una perversione dello scopo della chiesa, e le persone che prendono queste decisioni sono quelle che determinano l’integrità o la corruzione della Chiesa, come di qualunque altra istituzione.

-          A proposito del rapporto tra istituzioni e individui, pensa che la redenzione di un singolo prete possa redimere l’intera categoria? In questo senso, il suo romanzo ha anche uno scopo morale?

-          Credo che uno dei messaggi importanti del libro per le persone che si sono dedicate al sacerdozio o alla vita religiosa è che esse sono appunto, fondamentalmente, delle persone. E i più sani tra i preti che conosco e che hanno risposto al libro sono stati incoraggiati da un romanzo in cui vengono presentati come esseri umani impegnati in lotte umane. Penso che anche per un prete il fallimento sul piano umano non rappresenti la fine della lotta, l’atto finale della vita di un prete, perché il prete è un essere umano che lotterà, fallirà e sarà redento a seconda dell’integrità della sua lotta, che è anche la nostra. È la lotta quotidiana per prendere le decisioni giuste e fare le cose giuste, provocando meno danni possibile. E io credo che i preti debbano essere considerati persone impegnate nelle stesse lotte. E tornando al celibato, negare loro una compagna significa negare una risorsa fondamentale nella lotta che tutti dobbiamo combattere. Penso che ci sbagliamo molto quando consideriamo il celibato una semplice astinenza dal sesso fisico. Il più grande handicap imposto dal celibato è la negazione del valore, dell’aiuto e della sinergia che si creano lavorando insieme, condividendo i fardelli della vita, e soprattutto di una vita particolarmente difficile come quella religiosa. Dover affrontare questa vita in isolamento, senza l’intimità di un matrimonio o di un rapporto con un’altra persona significa imporre un fardello inutile e irrealistico. Quindi penso che dobbiamo nutrire una simpatia particolare per i preti che non riescono soddisfare gli elevati requisiti della loro vocazione a causa delle circostanze in cui insistiamo a farli vivere. E credo che dovremmo soltanto rispettare e ammirare i bravi preti che lottano, scivolano, cadono e si rialzano per continuare il lavoro importante che cercano di fare, ossia quello di portare un po’ di conforto e di giustizia a chi ha problemi nel mondo.

-          Lei ha vinto il premio della Canadian Booksellers battendo una scrittrice nota nel mondo come Alice Munro. Ho letto anche che in Canada il suo libro sta vendendo più del Codice Da Vinci. Come considera queste vittorie? Sente di essere entrato nel novero delle celebrità letterarie?

Considero un libro un evento particolare. Gli scrittori scrivono libri che sono come dei figli: alcuni sono mediocri, altri insolitamente dotati, alcuni falliscono e altri hanno successo. Scrivere un libro, come crescere un figlio, dice poco degli altri figli, perché ognuno di loro è un individuo che vive in base al proprio valore. Penso che un libro possa avere successo, e che un autore possa avere successo solo nel contesto del particolare libro che venduto particolarmente bene. Perciò spero di non essere nella lista degli autori più importanti, perché quando gli autori vengono inclusi in questa lista di solito è per una questione di celebrità, e io credo che la celebrità sia una situazione molto sospetta che spesso fa più male che bene agli scrittori e ne intralcia il lavoro. Perciò dico semplicemente che mi auguro che questo mio particolare libro abbia successo, come mi augurerei per un figlio, e spero sicuramente che abbia successo anche in Italia, ottenendo anche lì l’attenzione che merita.

-          Cosa ci può anticipare sulla terza parte della trilogia, il nuovo romanzo che sta preparando? Ho letto che affronterà anche la questione della terza età e il modo diverso in cui uomini e donne reagiscono a essa. Avrà molti degli stessi personaggi dei suoi due romanzi precedenti? E dovremo aspettare altri dieci anni prima di poterlo leggere? Speriamo proprio di no!

-          Avendo tendenze superstiziose tipicamente celtiche, non mi va di parlare troppo del mio prossimo libro, ma è vero che si servirà di alcuni dei personaggi di questo libro ed esplorerà alcuni dei problemi dell’invecchiamento. Sto cercando di venire a patti con una realtà che si scopre avanti con gli anni, e cioè che uomini e donne rispondono all’invecchiamento in modi diversi, determinati dalla biologia e dall’antropologia. E visto che le donne raggiungono la maturità prima degli uomini, a un certo punto della vita si apre questa spaccatura tra la maturità e l’invecchiamento e le donne si ritrovano a lottare, talvolta per aiutare gli uomini a risolvere problemi più consoni a dei giovanotti, anche quando sono ormai vecchi. Gli uomini hanno molte difficoltà che si possono attribuire all’impotenza, non solo sessuale ma in tutti i sensi. L’impotenza che si prova da anziani in mezzo alla folla, quando ci si trova tra persone più giovani e ostili, o  quando vedi la tua mascolinità  diminuisce e ti lascia più vulnerabile. E credo che, a quel punto della vita, gli uomini trovino molti valori e punti di forza nelle donne intorno a loro che prima magari non avevano apprezzato o tenuto nella giusta considerazione. Perciò il prossimo libro affronterà questo ambito complesso, e non voglio dire di più per non suscitare l’ira degli dei della creatività, che potrebbero impedirmi di finirlo. Spero comunque di finirlo l’anno prossimo. Scusate, ma questa telefonata è probabilmente un segno che io debba smettere di parlare. In ogni caso, ringrazio tutti per l’attenzione, e spero che il libro vada bene in Italia.

Intervista di Giampiero Cara (20 novembre 2010)

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Presentazione della casa editrice Atmosphere libri a Roma

22 11 2010 admin Nessun commento

PRESENTAZIONE DELLA CASA EDITRICE “ATMOSPHERE LIBRI”
logo Atmosphere libri
Realtà editoriale attenta agli autori stranieri sensibili ai problemi sociali

Sarà presentata venerdì 26 novembre 2010,  alle ore 18.15

presso la Libreria Mondadori in via del Pellegrino, 94 (Campo de’ Fiori) – Roma
libreria Mondadori2
E’ nata Atmosphere libri, una nuova realtà editoriale attenta agli autori stranieri che sarà presentata venerdì 26 novembre a Roma, alle ore 18.15, presso la nuova Libreria Mondadori di via del Pellegrino n.94 (Campo de’ Fiori). Il filo conduttore che attraversa i volumi di Atmosphere Libri è la scoperta dell’Altro e il bisogno, in un’epoca di globalizzazione economica e culturale, di non smettere mai di far circolare idee e valori universali attraverso il libro, mezzo essenziale per la conoscenza.
Nella scelta degli autori Mauro Di Leo, – l’editore, medico nella vita e dunque attento osservatore della realtà – ha privilegiato l’uso del linguaggio narrativo nel denunciare disagi sociali e devianze della natura umana come pedofilia, bullismo, alcolismo, tossicodipendenza, disturbi alimentari e psicosi. Ogni volume propone un punto di vista diverso: un’occasione per entrare in contatto con mondi altri, non solo geografici ma anche interiori. Al centro delle storie scelte, infatti, c’è l’uomo con i suoi tormenti e le sue gioie vissuti in contesti sociali sempre diversi che ne condizionano comportamenti e reazioni. Storie, quindi, che raccontano di altri, ma parlano di noi.
Tre le collane. La Biblioteca dell’acqua che accoglie romanzi che stimolano il lettore a una profonda riflessione su sentimenti, emozioni, conflittualità, linguaggi, culture, luoghi del mondo e dell’animo umano; la Biblioteca del fuoco che ospita scritture più trasgressive, scomode, pop, sui vizi della società; e la Biblioteca della terra dedicata agli autori stranieri che scrivono direttamente in italiano. Quest’ultimi testi permetteranno al lettore di riscoprire la linfa vitale della propria lingua rinnovata e arricchita da scrittori di altre provenienze.
A novembre le prime uscite: L’uomo del vescovo del canadese Linden MacIntyre, e Il cielo sotto Berlino del ceco Jaroslav Rudiš.

L’uomo del vescovo è scritto con delicata introspezione. S’ispira a uno scandalo di pedofilia realmente esploso all’interno della chiesa cattolica canadese. L’autore, noto conduttore di programmi d’inchiesta, vincitore di numerosi premi e decretato Autore dell’Anno 2010 dalla Canadian Booksellers Association tratteggia con il passo da thriller il ritratto di un uomo pieno di conflitti sull’orlo di un precipizio morale.

cover-MacIntyre
Il cielo sotto Berlino è scritto in una lingua che mescola registro letterario e colloquiale, sporcata a volte da elementi gergali e da espressioni ricalcate dalla lingua tedesca. Berlino è la vera protagonista del romanzo insieme alla sua rete sotterranea di metropolitane, la U-Bahn, il “cielo sotto Berlino” dove si incrociano le vite e le storie di molteplici personaggi. Vincitore del prestigioso Premio Jiří Orten dedicato ai giovani scrittori.

cover Rudis
Alla presentazione interverranno: Mauro Di Leo (editore Atmosphere Libri), Giampiero Cara (traduttore de L’uomo del vescovo), Chiara Rea (traduttrice de Il cielo sotto Berlino).
Modererà Vittorio Castelnuovo (scrittore e giornalista), mentre le letture saranno a cura di Alfonso Liguori (giornalista e attore). Durante la serata saranno proiettati, inoltre, un’intervista di Linden MacIntyre e alcuni video musicali realizzati da Jaroslav Rudiš.
I libri di gennaio-febbraio 2011:

Il respiro sul marmo della lituana Laura Sintija Černiauskaitė

cover-RespiroDiMarmo

I figli degli eroi dell’haitiano Lyonel Trouillot

cover-FigliDegliEroi

Terra di nessuno del brasiliano Fernando Bonassi

cover-Terra_N

Il branco e la nebbia dello spagnolo Martín Casariego

Il_Branco2

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“L’uomo del vescovo”, un romanzo sugli abusi sessuali dei preti

14 11 2010 admin Nessun commento

“L’uomo del vescovo” di Linden MacIntyre


cover MacIntyre

Collana Biblioteca dell’acqua; pp. 464 € 18,50, Atmosphere libri

Traduzione di Giampiero Cara. ISBN 9788865640012

Un romanzo di grande attualità, condotto al ritmo di un thriller, che accompagna il lettore nei meandri più nascosti degli scandali di pedofilia emersi all’interno della Chiesa, attraverso la storia di un sacerdote in conflitto tra la “voce del padrone” e quella della propria coscienza.

VINCITORE – Canadian Booksellers Association Libris Award – Romanzo e Autore 2010

“L’Esorcista”. Così gli altri sacerdoti chiamano Padre Duncan MacAskill. Lui combatte, in effetti, una particolare specie di demoni: i preti che molestano i bambini. Seguendo gli ordini del suo vescovo, però, Padre Duncan non li scaccia completamente dal corpo della Chiesa cattolica, né li consegna alla polizia, ma si limita a riassegnarli a cliniche discrete o a parrocchie lontane, pronti a peccare di nuovo. In questo modo, riesce a contenere i danni per l’istituzione che rappresenta e crede di dover difendere. Ma per questo è costretto a lottare contro altri demoni dentro di sé: quelli del rimorso. Padre Duncan cerca di sconfiggerli immergendosi nell’alcol e nella vita parrocchiale della remota comunità di pescatori della Nuova Scozia in cui è stato trasferito per sfuggire alle conseguenze di uno scandalo imminente. Non è il primo esilio per lui: in passato, il vescovo lo ha spedito in Honduras perché ha osato sospettare di pedofilia un anziano collega. Lì Padre Duncan ha assaggiato l’amore proibito della bella Jacinta e la forza spirituale del coraggioso Padre Alfonso, prima che un atto di violenza lo trasformasse, una volta tornato in patria, in sottomesso esecutore di ordini superiori. Nella sua nuova parrocchia, però, conosce un ragazzo che potrebbe essere stato vittima di un prete molestatore confinato lì, anni prima, proprio da lui. I sensi di colpa aumentano e, quando la tragedia si abbatte sulla piccola comunità, Padre Duncan si rende conto di dover agire. Ma le sue azioni saranno davvero quelle di un buon sacerdote?

Ispirato a uno scandalo di pedofilia realmente esploso all’interno della chiesa cattolica canadese, e vincitore dello Scotiabank Giller Prize nel 2009 e del Canadian Booksellers Association’s Libris Awards nel 2010, L’uomo del vescovo tratteggia con passo da thriller il ritratto di un prete pieno di conflitti sull’orlo del precipizio morale, e pone domande difficili e di grande attualità. Possiamo mai essere certi dell’innocenza o della colpevolezza di un individuo? La violenza può mai essere giustificata? Un atto di contrizione può redimere un passato di complicità?

“Avvincente… Un esame serio del tema degli abusi sessuali ai danni dei bambini, condotto come un thriller da leggere tutto d’un fiato”.

The Globe and Mail, Toronto

“Un romanzo coraggioso, concepito e scritto con delicatezza e comprensione straordinarie”.

Dalla motivazione della giuria dello Scotiabank Giller Prize, 2009.

Linden MacIntyre (1943) è uno degli autori più stimati della televisione canadese, vincitore di numerosi premi giornalistici e televisivi e conduttore di programmi d’inchiesta. Come romanziere, ha ottenuto il plauso della critica col suo primo romanzo, The Long Stretch, ma ha raggiunto la notorietà a livello internazionale proprio grazie a questo secondo libro.

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